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    October 25

    Il Vangelo della tenerezza

    La tenerezza è la forza più umile, eppure è la più potente per cambiare il mondo!
     
     
    Un'icona evangelica della tenerezza è senza dubbio riportata in Lc 10,25-37.
    Alla domanda del dottore della Legge su "Chi è il mio prossimo?", Gesù risponde con la parabola del samaritano, che presenta il prossimo nella situazione concreta di bisogno: il prossimo è colui del quale io mi faccio "prossimo".
    Nella parabola non ha un nome e quindi equivale a dire "ogni uomo" che si trova in una situazione di bisogno.
     Il samaritano, a differenza del sacerdote e del levita, ha compassione, c'è un coinvolgimento, uno stringersi del cuore che si fa solidarietà concreta: non si limita a belle parole o a dargli qualche moneta, ma cura personalmente il ferito.
     
    Il cristianesimo, senza tenerezza, rischia di essere soltanto ritualista o moralista.
    La tenerezza dà cuore alla carita! Impedisce alla carità di ridursi ad una morale del dovere fornendole il cuore, un cuore accogliente, capace di condividere e compassionevole.
    Se la carità è dono, la tenerezza è questa tensione a farsi dono, in un coinvolgimento affettivo.
    E' un sentimento, è capacità di sentire, pàthos, che coinvolge tutto l'essere e apre all'incontro, alla compassione e alla condivisione. E' attitudine che orienta a uscire dall' "io" per incontrarsi con il "tu" e muove intimamente a voler bene.
    Si oppone dunque alla durezza di cuore intesa come muro, rigidità, chiusura mentale e al ripiegamento su di sè come egocentrismo, incapacità a volgersi verso l'altro, rifiuto di dialogo e di scambio.
    La tenerezza al contrario è flessibilità, apertura di cuore, disponibilità al cambiamento, benevolenza.
    La tenerezza nasce allora dall'armonia interiore e rimanda al bello.
    Non è sentimentalismo o romanticismo a buon mercato; è al contrario, forza, segno di maturità e vigoria interiore
    e sboccia solo in un cuore libero, capace di offrire e ricevere amore. Non è uno stato d'animo passeggero, attinge a tutte le sfere della persona, da quella psicologica a quella spirituale, è una scelta e uno stile di vita che richiede piena maturità umana e cristiana.
     
    La tenerezza misura dunque lo stato di umanità raggiunto. La sua assenza può perfino condurre alla brutalità: " Il grado di sensibilità per le sofferenze degli altri, per l'umanità degli altri uomini, è l'indice del grado di sensibilità raggiunto. Il contrario dell'umanità è la brutalità, l'incapacità ad essere sensibili ai suoi bisogni, alla sua situazione" ( A. Heschel).
    Non possiamo essere adulti, sia che siamo laici o consacrati, senza un'attivazione effettiva di questo sentimento; è certo, in ogni caso, il rischio di essere persone sole ed infelici. Lasciarsi sfuggire la tenerezza è lasciarsi sfuggira la vita!
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    L'amicizia è il volto sensibile della tenerezza. L'apertura verso tutti non è possibile se non ci si apre in profondità verso qualcuno. L'amicizia particolare è il test della disponibilità di ciascuno verso l'umanità intera, il banco di prova.
    Molti parlano di amore verso tutti, ma non sanno vivere un'amicizia con tutte le esigenze di fedeltà, impegno, costanza, concretezza.
    Solo amando veramente qualcuno si può essere pronti per uscire incontro al mondo. Allora l'amore virtuale per tutti si attualizza nelle relazioni personali e familiari e all'interno delle comunità sociali ed ecclesiali in cui siamo chiamati concretamente a vivere.
    L'amicizia rivela l' "io" al "tu" perché contribuisce a far emergere il meglio di ognuno e aiuta a superare i rispettivi limiti. L'amicizia ha quindi bisogno  di tenerezza come disponibilità a dare e ricevere affetto e aiuto reciproco; è un voler bene oltre ogni debolezza e prova, oltre l'invecchiamento poiché se muore, è probabile che non sia mai stata vera.
    Ambrogio diceva " L'amicizia deve essere costante, perseverante nell'affetto: non dobbiamo mutare amici, seguendo la volubilità di sentimenti".
    L' "io-tu" rimanda al "noi-in-Dio" se si vuole che l'amicizia sia un cammino per amare e crescere di più e non un'alibi per chiudersi in se stessi precludendosi ad ogni orizzonte di trascendenza. Gli amici non si guardano solo l'un l'altro, ma "guardano insieme verso la stessa direzione". L'amicizia in Cristo conferma allora l'amicizia umana e la rende stabile e dolce.
     
     
     
                                                                                                                  
     
     
      

    Comments (2)

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    Silviawrote:
    LA sequela del Vangelo implica sempre un duro lavoro su noi stessi?Non credi? ;)
    Oct. 26
    FRANCA iowrote:
    condivido a pieno tutto cìò che hai posto........però tutto questo implica un duro lavoro su noi stessi..ciao un abbraccione
    Oct. 26

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